Noi, gli imperfezionisti

Sarà da monomaniaci, ma quando il giovane Tom Rachman ha messo in romanzo la storia di un piccolo giornale senza nome, semplicemente “The Paper”, con sede a Roma, popolato da personaggi umanamente erranti ma senza boria, che evitano di prendersi troppo sul serio, con idee rocciose o soltanto invischiati nel fluire colloso di notizie e titoli, qualcuno, in un piccolo giornale esattamente identico ma fuor di romanzo, ha gridato: siamo noi! Qualcun altro ha gridato: ci daranno le royalties? Ma era uno scherzo. Leggi Lo chiamano "The Paper"
16 AGO 20
Immagine di Noi, gli imperfezionisti
Oggi quel romanzo arriva in Italia, con il titolo – fedele all’originale inglese – “Gli imperfezionisti” (Il Saggiatore), collezione di storie drammatiche e ironiche attorno al mondo del giornalismo, fatto di titolisti nevrotici, coccodrillisti in ritardo, inviati di guerra con gilet incorporato, mezze verità rimasticate e rivendute come scoop. Sulle fonti che abbiano ispirato la redazione di fantasia in corso Vittorio Emanuele II, Rachman fa il vago: “The paper è un prodotto della mia immaginazione – dice al Foglio – ma quando lavoravo all’Associated Press a Roma il nostro ufficio era in piazza Grazioli e il New York Times in corso Vittorio; da quel palazzo ho preso qualche spunto per raccontare la mia storia. Ma le redazioni in cui ho lavorato fra Roma, Manhattan e Parigi hanno tutte un’atmosfera simile: un misto di tensione, decadenza, ambizioni cocenti e pavimenti sporchi”.
Che c’entrano i pavimenti sporchi? “Tutti mangiano davanti al computer, il caffè sgocciola in giro e tutti sono troppo impegnati per lasciare che quelli delle pulizie facciano il loro lavoro”.
Raccontando la vita degli imperfezionisti, Rachman coglie gli archetipi dei personaggi che si incontrano in una redazione (c’è il fenotipo “caporedattore stronzo”, quello “stagista lento”, quello “non ho una vita fuori di qui”, il “lettore maniacale” eccetera): tutti hanno il piglio da salvator mundi, come se fossero stati scelti dal cielo per trarre la specie umana dall’ignoranza; la cosa si scontra con le loro vite in realtà semplici, a volte persino miserabili, che non emergono mai da “un mondo che influenza tutti, ma di cui nessuno sa nulla”. “Nei film e nei romanzi esistono due tipi di giornalisti – dice Rachman – ci sono quelli coraggiosi e disinteressati, che perseguono soltanto la giustizia e la verità; oppure ci sono i corrotti assetati di potere, che perseguono la manipolazione. Nella mie esperienza non ho visto nessuna di queste categorie. I giornalisti sono esseri umani imperfetti come tutti gli altri, alcuni eccezionalmente dotati, ma molti in realtà mediocri. Per lo più, i giornalisti combattono con l’orario di chiusura, flirtano con i colleghi, si preoccupano delle marchette e pensano a come potrebbero comprare un appartamento più carino. Il contrasto fra le grandi notizie del giorno e le molto meno grandi vicende private dei personaggi mi ha offerto materiale meraviglioso per il romanzo”.
Sembra che l’impolverata catena dei luoghi comuni, dalle suole consumate alla distinzione fra fatti e opinioni stia passando in cavalleria, ma l’autore mette in guardia dall’eccesso: “Se diciamo che gli eventi sono un problema di opinione, e che tutte le opinioni sono uguali, allora dobbiamo iniziare a dare ascolto ai lunatici, a quelli che dicono che l’uomo non è mai andato sulla luna, che l’11 settembre è una messinscena fatta dagli americani, che l’Olocausto non è mai esistito”. Cioè il pane quotidiano dei giornali.
Rachman – nato a Londra, cresciuto a Vancouver – voleva fare il regista, poi lo scrittore; gli serviva un traghetto professionale e il giornalismo faceva al caso suo. Ha studiato nel gran tempio delle schiene dritte, la scuola di giornalismo della Columbia University, e s’è innamorato dell’Italia, paese che negli “Imperfezionisti” è raccontato senza indulgere al genere “commedia pizza e pasta a cui troppo spesso è ridotta la complessità italiana”. Dice che “i giornali italiani sono ossessionati da litigi politici irrilevanti che interessano soltanto ai politici e agli altri giornalisti” e si smascherano malefatte soltanto “quando i magistrati passano le carte ai giornali”. A proposito, qualche tempo fa un gruppo di giornalisti e magistrati, capitanati dal prof. Alexander Stille si è ritrovato proprio alla scuola di giornalismo fondata da Pulitzer per emettere la sentenza di morte sul giornalismo italiano, controllato dal “padrone” di quella che ormai è una dittatura de facto. “Questa è un’esagerazione. La tesi è che in una democrazia la stampa debba essere libera, ma il premier controlla i media. Quindi, dicono, senza una stampa libera non si può avere uno stato libero, e così l’Italia diventa una dittatura. Mi sembra una visione leggermente semplicistica della realtà”.